C’è ancora il tizzone di legna fumante nel braciere improvvisato dagli agricoltori per trascorrere la notte attorno alla rotatoria di contrada Bianchino. Attorno allo snodo che porta verso la Sibaritide da una parte e la piana di Cammarata dall’altra si sono radunati da ieri gli agricoltori di Cerchiara, Cassano all’ionio, Firmo oltre a quelli di Castrovillari. Il blocco della circolazione è quasi totale: si rispettano le urgenze di qualche anziano, il passaggio dei mezzi di soccorso, mentre le autovetture vengono bloccate dai mezzi agricoli e lasciate andare con il contagocce. Chi si spazientisce torna indietro e prova percorsi alternativi mentre, sulla statale che conduce alla discesa di Dolcetti, la Polizia Municipale di Castrovillari offre un primo sbarramento per evitare che gli ingorghi di auto diventino importanti e gli automobilisti restino imbrigliati nelle maglie di una protesta che non accenna a voler allentare la presa.
«C’è un limite oltre il quale la resistenza diventa sopravvivenza» – spiegano gli agricoltori del presidio di Castrovillari attraverso la portavoce Anna Schettino – «Ridurre questa mobilitazione a una semplice protesta contro il caro benzina significa non aver capito nulla della voragine in cui sta sprofondando l’intera filiera agroalimentare locale. Il prezzo del gasolio agricolo è solo la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo di speculazioni, burocrazia cieca, costi d’impresa insostenibili e abbandono politico. Oggi produrre un solo chilogrammo di grano, un litro d’olio o una cassa d’agrumi costa immensamente più di quanto il mercato sia disposto a ripagare».
E’ un sistema schiacciato quello dell’agricoltura che raccontano gli attivisti che hanno già le facce segnate dalla prima notte all’addiaccio ma la volontà di non tornare indietro, almeno fino a quando «non riceveremo le risposte che meritiamo e aiuti concreti» aggiunge uno dei manifestanti dalla corporatura robusta. «Ho abbastanza riserve (indicando la pancia, ndr) per poter stare digiuno per parecchio tempo». L’appello però è alla classe politica locale e regionale: «rivolgiamo un appello perentorio ai Sindaci, alle giunte comunali, ai consiglieri regionali e ai parlamentari eletti in questo territorio: basta con i comunicati di solidarietà formale, basta con le passerelle di facciata e basta con gli inviti ai tavoli tecnici recintati dentro i palazzi del potere. Se tutte le istituzioni hanno davvero a cuore il destino di questa terra, devono avere il coraggio di venire qui, all’aperto, in mezzo alla polvere e al freddo dei presidi, per ascoltare senza filtri la disperazione e le proposte di chi lavora la terra, assumendosi responsabilità concrete e impegni immediati. Non toglieremo i presidi finché non vedremo risposte tangibili e la presenza fisica dei nostri rappresentanti politici».
«Questa – continuano – non è la battaglia di una singola categoria, ma una battaglia di civiltà, di sovranità alimentare e di dignità per l’intero comprensorio del Pollino e della Sibaritide. Invitiamo pertanto tutte le istituzioni locali, le associazioni di categoria, gli studenti, i negozianti e tutti coloro i quali hanno a cuore il destino questa terra a venire qui e a manifestare insieme a noi». Le ragioni della protesta stanno anche nella «difesa del Made in Italy». « Chi lavora la terra dall’alba al tramonto viene ripagato con centesimi, costretto a subire la concorrenza spietata e sleale di merci straniere importate a basso costo da mercati privi delle nostre stesse tutele sanitarie, etiche ed ambientali, per poi vedere quegli stessi prodotti locali rivenduti nei supermercati a cifre decuplicate. A questo quadro drammatico si aggiungono la morsa di una burocrazia asfissiante che blocca l’erogazione dei contributi europei e regionali dovuti per legge, la mancanza di tutele di fronte ai disastri provocati da mutamenti climatici sempre più estremi e la totale assenza di politiche strategiche a salvaguardia delle nostre specificità territoriali. Siamo difronte all’agonia programmata di un settore che rappresenta la spina dorsale della nostra economia e la certezza di ciò che finisce ogni giorno sulle tavole dei cittadini».