Gli studenti dell’istituto alberghiero “K- Wojtyla di Castrovillari hanno accolto con grande piacere la Lady Chef Laura Barbieri che, con garbo e consolidata esperienza, li ha introdotti nel cuore del progetto “Tradizioni&Cultura”. Si tratta di un vero e proprio viaggio nel tempo attraverso i sapori più antichi della Calabria. “Non si tratta solo di cucinare”, afferma con soddisfazione la dirigente scolastica Immacolata Cosentino, “ma anche di raccontare ai nostri ragazzi storie di migrazioni, incontri e fusioni che hanno reso la nostra terra un mosaico unico”. Nei secoli, greci, arabi e albanesi sono arrivati sulle nostre coste, portando semi, spezie e tecniche che si sono intrecciate con le ricette locali.
Ogni piatto è una prova vivente di come l’integrazione tra popoli sia stata possibile, forgiata dal fuoco dei fuochi domestici e dal calore dell’ospitalità.
Pronti a “impastare” la storia? Si parte allora dalle “Scaleddre”, dolci natalizi tradizionali calabresi, in particolare del cosentino, a forma di piccola spirale simile ad una scala, spesso fritte e glassate con miele o zucchero all’anice. Simboleggiano la scala di Giacobbe, il cammino verso il cielo e la nascita di Gesù, rappresentando un augurio di prosperità e il legame tra sacro e profano.
L’influenza araba, popolo che sbarca sulle coste calabre tra l’VIII e l’XI secolo, con le loro navi cariche di arance, melograni e zafferano, viene raccontata attraverso la “Giurgiulena”.
La Giurgiulena è un dolce molto antico che riflette l’influenza della cucina araba nel Mediterraneo, dove il sesamo (chiamato appunto giulgiulan in arabo) era un ingrediente fondamentale. Continua il racconto di Laura ai ragazzi, incuriositi dai minuscoli semi di sesamo, presenti in quantità innumerevole, che rappresentano storicamente l’augurio di ricchezza e fecondità per l’anno nuovo: non a caso, questo dolce è il simbolo del Natale! Considerata la “madre di tutti i torroni”, prepararla costituisce un vero e proprio rito collettivo. La sua lavorazione lenta e la necessità di “stenderla” con cura richiamano la pazienza e la dedizione tipiche delle festività religiose, così come servirla su foglie di limone o alloro non è solo una scelta estetica, ma un gesto che simboleggia il legame con la terra e la trasmissione di memorie familiari autentiche di generazione in generazione.
Poi è stata la volta della “Schicculiata”!, un primo piatto di influenza arbëreshë, che, giunti nel XV secolo per sfuggire agli ottomani, portarono le loro tradizioni balcaniche nella nostra regione. Non a caso, è detta anche “dromsa”. La dromsa (o dromësat) è un piatto tipico della cucina arbëreshe (gli albanesi d’Italia), diffuso soprattutto nelle comunità del Parco Nazionale del Pollino e dell’Arberia crotonese in Calabria. Viene spesso definita “pasta non pasta” o “pasta dei poveri” per la sua estrema semplicità e per la tecnica di preparazione che la fa somigliare a un cous cous di grossi granuli. Era il cibo dei più poveri perché permetteva di sfamare una famiglia intera con pochissima farina. Oggi è un simbolo di resistenza culturale e viene preparata soprattutto in inverno o durante il periodo di Pasqua. Attraverso queste ricette, “Tradizioni&Cultura” dimostra che la Calabria non è un’isola isolata, ma un crocevia. Greci, arabi e albanesi permangono nel tempo con i sapori condivisi. I futuri chef saranno i custodi di questa eredità.