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INIZIATIVA DELL'ACCADEMIA POLLINEANA

Arcangelo Badolati e la sua rilettura del fenomeno mafioso

Presentata a Castrovillari l'ultima fatica letteraria del giornalista e scrittore dal titolo: : “Figli traditori. I rampolli dei bossi in fuga dalla 'ndrangheta”

Una rilettura nuovo del fenomeno mafioso. Si può definire così l’ultima fatica letteraria del giornalista e scrittore, Arcangelo Badolati, dal titolo: “Figli traditori. I rampolli dei bossi in fuga dalla ‘ndrangheta”, edito da Pellegrini, che è stato presentato ieri sera al Circolo Cittadino di Castrovillari, nell’ambito di “Libriamoci in autunno piovono libri. XXXI Rassegna Festival ricorrente dei Lettori, 1^ Ricorrenza”. Una manifestazione, questa, promossa dall’Accademia Pollineana della città del Pollino, con il patrocinio del Comune. Il libro descrive un fenomeno diffuso all’interno della ‘ndrangheta calabrese, considerata la più importante del mondo, ovvero le scelte fatte dai rampolli delle più importanti famiglie criminali calabresi, che fa venir meno i vincoli di fedeltà che le caratterizzano. All’iniziativa, moderata  da Pasquale Pandolfi, vicepresidente dell’Accademia Pollineana, hanno preso parte, oltre all’autore, anche il sindaco di Castrovillari, Mimmo Lo Polito, il Presidente del Circolo Cittadino, Antonino Ballarati ed il giornalista e scittore, Domenico Marino. Le letture sono state, invece, curate da Mena Ferraro, segretaria dell’Accademia Pollineana e da Gianni Colaci. “Il libro -ha detto Domenico Marino- racconta la ndrangheta attraverso un altro punto di vista, la famiglia ed i figli che, grazie alle madri, riescono a staccarsi dall’ambito criminale”. “Si parla – ha aggiunto- di Lea Garofalo, di Giusy Pesce. C’è una madre che vuole così bene a suo figlio che, per salvarlo, lo porta lontano”. Quale ruolo rivestono le donne all’interno della ‘ndrangheta? “La ndrangheta -ha spiegato Badolati- è donna: termini come la cosca, la dote, la locale, riferibili ad un contesto criminale, sono di genere femminile. Sono le donne che educano i figli a vedere i padri carcerati come eroi; li educano alla violenza, alla vendetta. Alle figlie femmine viene, invece, insegnato, fin da bambine, ad essere future mogli di un mafioso”. Secondo l’autore, “Noi non avremmo questa generazione di mafiosi, se le donne non avessero avuto questo ruolo di vestali e di sacerdotesse”. “Lo Stato -ha proseguito Badolati- non le vedeva. Si è accorto di loro, quando le donne, costrette dagli arresti dei mariti, sono uscite di casa a chiedere le mazzette. Alcune di queste donne hanno fatto poi una scelta giusta e si sono ribellate, decidendo di salvare i propri figli. Il numero di queste donne che hanno scelto di intraprendere questa strada è risicato, a fronte di tante donne che, invece, comandano”. Un ruolo importante nella scelta del pentimento ha avuto, però, anche la scuola. “Un predestinato della ndrangheta, Domenico Agresta, cambia strada -ha raccontato Badolati- grazie ad un educatore del carcere di Saluzzo e poi si pente”. “Da questo libro scoprirete -ha affermato l’autore- un mondo raccontato dall’interno”. “Alcuni -ha concluso Badolati- sono pentiti per davvero, altri per convenienza, perché, abituati ad essere figli dei boss, quando ti scontri con il carcere, non lo reggono e scelgono di collaborare con lo Stato”.                D

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